La trance della paura

Qualche giorno fa guardavo Biancaneve con mia figlia, che vedendo la principessa correre nel bosco tra alberi terribili e minacciosi mi chiedeva:” ma perché gli alberi vogliono prenderla?” .

 

Le ho risposto che non era davvero così, ma che quando abbiamo paura tutto intorno a noi ci sembra minaccioso e spaventoso, e più ci spaventiamo e peggio ci sembra. Tutto. Biancaneve era spaventata dal cacciatore, e la sua paura le faceva vedere tutto in modo distorto e spaventoso.

Alla fine scopriamo con lei che quegli occhi terribili che sembravano spiarla erano solo gli animaletti del bosco che la aiutano a trovare la casetta dai nani.

 

Non so se la risposta l’abbia soddisfatta, certamente in me ha fatto nascere una serie di riflessioni sulla paura e sulle emozioni, e su come ci perdiamo lì dentro.

 

Tutti abbiamo paura. Anche se non la riconosciamo. A volte capita di sentirla quasi per caso, perché magari il corpo la manifesta anche se la coscienza non l'aveva riconosciuta, le mani sudano, o lo stomaco si stringe, o i pensieri si fanno veloci e inarrestabili, mentre a volte passa del tutto inosservata, o magari la neghiamo, ma c’è. Spesso. Più spesso di quanto immaginiamo.

 

A volte l’attivazione del sistema nervoso è sottilissima, e mi accorgo solo per caso di avere le mani o i piedi freddi. E piano piano, ascoltandomi, trovo la paura. Magari è stato solo un pensiero a svegliarla, una tigre di carta. Eppure c’è. E il viaggio inizia.

 

Quando la paura prende il sopravvento può accadere di precipitare in quella che si può chiamare la trance della paura. L’ipnosi della paura. Come Biancaneve. L’avrai notato, quando un’emozione come la paura, la rabbia o la vergogna prende piede, spesso ci ritroviamo in preda ad un incessante monologo interiore, martellante e ripetitivo, che appunto ci ipnotizza. Ci trascina in una trance che amplifica quell’emozione, allontanandoci dal presente e portandoci in un baleno in quel luogo dentro di noi in cui sperimentiamo ed interpretiamo tutto ciò che ci accade, la vita, attraverso il filtro di quella emozione. Paura, o rabbia, o vergogna.

 

Tesi nell’anticipazione ansiosa di tutto ciò che andrà storto il cuore e la mente si contraggono, le funzioni corporee si modificano, e quella emozione diventa il centro della nostra identità, riducendo la capacità di vivere pienamente e di essere davvero presenti e vedere cosa sta davvero accadendo. La visione così ristretta e focalizzata su ciò che ci spaventa impedisce di cambiare punto di vista e di uscire dal pozzo.

 

Questa trance solitamente inizia a costruirsi nell’infanzia, quando facciamo esperienza della paura in relazione ai nostri adulti di riferimento. Non sono necessari grandi traumi, è sufficiente ad esempio sentire la frustrazione o la rabbia della mamma svegliata per l’ennesima volta nella notte dal nostro pianto per farci sentire non più al sicuro, per sperimentare la paura in braccia e mani che si stringono, gola che si chiude, battito cardiaco che aumenta.

 

Ogni volta che si sente non accolto, o non al sicuro, il bambino prova paura. E nella prima infanzia la paura non è un pensiero, è un’esperienza fisica. Inevitabile per un essere totalmente dipendente dall’altro per la sua sopravvivenza.

 

La reazione fisica di paura in risposta alla disapprovazione o alla rabbia dell’altro, o alla non soddisfazione di un bisogno, al pericolo percepito, ecc…, accade continuamente, e inevitabilmente. Un rimprovero, un distacco, tante piccole e grandi cose possono schiacciare il bottone della paura dentro di noi. E non sono evitabili. Non sarebbe neanche sano se un genitore fingesse di non essere arrabbiato, o non ponesse limiti al bambino per non spaventarlo. La paura è una delle chiavi della sopravvivenza, e non può essere “abolita”. Quello che però può e deve accadere è insegnare al bambino a sentirla, per paradossale che possa suonare a non temerla, e a superarla.

 

Poi ci sono anche i traumi, più frequenti di quanto si pensi. Singoli eventi o ambienti e stili genitoriali traumatizzanti sono molto più diffusi di quanto si creda. Anche in perfetta buona fede, come ad esempio la moda attuale dell’estinzione graduale del pianto.

 

In ogni caso, tornando alla trance della paura, quando il corpo del bambino, naturalmente flessibile e morbido, è costantemente esposto alla paura, comincia a diventare teso in modo cronico. Crescendo le spalle rimangono permanentemente sollevate, la testa si china, il petto si incurva, i muscoli si irrigidiscono. Oppure sono gli organi interni che modificano il loro funzionamento. La momentanea reazione di difesa tende nel tempo a diventare un’armatura permanente. Chogyam Trungpa la definisce “un grumo di muscoli tesi a difesa della nostra esistenza”.

 

Finché non diventa dolorosa, tendiamo ad ignorare questa armatura. È ciò che riconosciamo come casa, il modo “normale” di sentirci. Ma a volte possiamo vederla negli altri, o cominciare a percepirla quando meditiamo o ascoltiamo il corpo. Può presentarsi come tensione, contrazione, durezza, o anestesia. Parti in cui non sentiamo niente, o parti dolorosamente rigide.

 

Anche adesso mentre scrivo, dopo anni di lavoro sul corpo, devo rilassare consapevolmente le spalle che appena mi distraggo tornano su, alla posizione di difesa appresa e scritta nel mio corpo dall’infanzia. La paura di sbagliare, o di espormi, è qui. Se non mi ascolto profondamente non la sento, non ne sono consapevole, ma le mie spalle la esprimono.

 

La trance della paura non crea solo contrazioni e rigidità nel corpo. Anche la nostra mente si irrigidisce nella paura,  rimanendovi spesso intrappolata. Quella fondamentale capacità del cervello di focalizzarsi totalmente sulla sopravvivenza nelle situazioni di pericolo reale può diventare ossessione. La nostra mente, associando le diverse esperienze passate, produce storie infinite che ci ricordano le cose terribili che possono accadere, costruendo incessanti strategie su come evitarle,  trasformando l’emozione del momento in una trance ipnotica da cui diventa sempre più difficile uscire. Più rimango nella testa ad elaborare strategie, convincendomi che questo sia indispensabile per trovare una soluzione, più la trance diventa profonda. La mente cerca di controllare la situazione con un crescente senso di urgenza, cercando le cause del problema e un colpevole, io o gli altri.

 

Tutto questo è vero per la paura, ma altrettanto per la vergogna, o il senso di non valore, di inadeguatezza. I meccanismi sono davvero molto simili. Quella parte di noi che prende tutto personalmente, che legge ed interpreta la vita in termini di Io-me-Mio prende il sopravvento creando separazione e isolamento: ”qualcosa di tremendo mi accadrà; sono sola/o; ecco, sta accadendo di nuovo, lo sapevo, la vita ce l’ha con me; devo fare qualcosa io perché a nessuno importa; non ce la faccio più, nessuno capisce; se fossi…; ecc…”. Ognuno di noi ha il suo repertorio, ma in fondo i temi sono più o meno gli stessi: isolamento, dubbio, senso di incomprensione, abbandono, separazione.

 

Sentimenti, storie e ricordi di vergogna e svalutazione sono sempre presenti nella trance della paura. Ne sono alternatamente figli e cause. Quando crediamo che ci sia in noi qualcosa che non va, questo nutre e crea una sensazione di pericolo. La vergogna nutre la paura, ma spesso giudichiamo il fatto stesso di aver paura come se fosse la prova della nostra inadeguatezza. Nella trance di paura e vergogna ci sentiamo solo sbagliati. Nessuna altra esperienza di noi stessi sembra più disponibile, o vera. Ho paura, e ancora di più ho paura della paura. E sono sbagliata perché ho paura. Non dovrei sentire quello che sento.

 

In più, solitamente in questa situazione ciò che accade è che andiamo a chiamare il nostro giudice interiore perché ci dica cosa fare, iniziando il doloroso viaggio discendente dell’attacco, ma di questo parleremo in un altro momento.

 

La chiave per trasformare questa trance, per liberarci millimetro per millimetro dalla sua stretta, è diventarne consapevoli. Prendere coscienza di tutte le nostre strategie, storie, reazioni fisiche e sensazioni, ed espandere gentilmente la capacità di rimanere presenti togliendo di mezzo lo sforzo di mostrarci forti e il giudizio su come dovremmo essere.

 

Non è facile. Dietro ci sono anni di condizionamenti e la spinta della sopravvivenza, nemica giurata del cambiamento, ma è possibile. E necessario, se stanchi di sopravvivere vogliamo vivere pienamente la nostra esistenza.

 

Ogni volta che riusciamo a rimanere presenti, dandoci il permesso di sentire la paura, o la vergogna, l’emozione del momento così com’è, ascoltandola nel corpo anziché cercare di risolverla nella testa, la potenza della trance diminuisce, il sistema nervoso recupera e aumenta la propria resilienza, i corto-circuiti neurali alla base della risposta somatica automatica vengono lentamente deprogrammati.

 

Spesso, per riuscire a fare questo, è necessario darci del tempo per imparare a conoscere e costruire le nostre risorse, ed un senso interiore di “essere al sicuro”. Con Kabat-Zinn possiamo dire che darmi tempo, ampliare le mie risorse e la resilienza del sistema nervoso non è una buona idea. È una pratica. Devo farlo, e scegliere ogni volta possibile di farlo. Tante sono le porte di accesso, quelle che io uso sono il mindful counseling, la meditazione, il rilassamento, e ce ne sono tante altre. Ma l’importante è scegliere quella che sento più adatta a me, e usarla.

 

Nel caso di traumi questo può richiedere davvero del tempo, ed un lavoro specifico di rilassamento graduale.

Alcuni anni fa sono sopravvissuta ad un incidente stradale molto grave. Dopo, per molto tempo, non riuscivo più a meditare. A fermare deliberatamente l’attenzione, e ad ascoltarmi in quel modo che per me era così familiare ed importante. Era molto frustrante per me, eppure il mio sistema nervoso rifiutava quello stato. Troppo pericoloso abbandonare l’allerta, anche solo per un attimo.

 

Piano piano ho capito e accettato che le risorse di sopravvivenza del mio corpo e di tutti i suoi sistemi, ormonale, nervoso, ecc… attivate all’estremo, avevano bisogno di tempo per ricostruire un senso minimo di sicurezza, che per massima parte era al di fuori dal mio controllo. La trance mi faceva percepire pericolo ovunque, e a questo il mio sistema reagiva. L’unica cosa che potevo fare era respirare, accogliere la paura, e cercare di rilassare il corpo, dove riuscivo. Alcuni muscoli volontari rispondevano all’invito, altri, come il diaframma, non hanno mollato che poco tempo fa. Credo che sia stato importante anche non giudicarmi per questo. Il “come, io che insegno alla gente a meditare non ci riesco?!?” era un pensiero invitante, e spesso in agguato. Ma per fortuna sono riuscita il più delle volte a lasciarlo andar via, bruciato nella gratitudine provata verso il mio corpo che recuperava così bene. Che guariva, e tornava alla vita.

 

Comunque per tutti noi, più o meno traumatizzati, c’è un profondo condizionamento a fuggire automaticamente dal contatto con la paura. E questo evitamento è proprio ciò che rinforza la trance. Coltivando attraverso la meditazione e l’ascolto del corpo compassione, consapevolezza e volontà possiamo imparare ad accogliere, affrontare e superare la paura. Possiamo arrivare a scoprire che la trance non ha nessun collegamento con la realtà delle circostanze che ci spaventano, e che possiamo rimanere presenti anche nelle situazioni più ostili. Che la paura è una cosa, ma la trance della paura è un’altra, ed è quest’ultima che rende tutto spaventoso difficile e avverso.

 

 

Tanti anni fa, parlandomi della sua vita e delle scelte che aveva fatto, mio padre mi disse :”…e poi ho capito che non c’era niente di cui aver paura”. Ho ricordato spesso questa frase, che sento ogni giorno più vera. La paura non è finita, o scomparsa, ma posso relazionarmi con la mia paura come un’emozione vitale che sorge automaticamente, anziché temerla. Posso non aver paura della paura, ma accoglierla. E accogliere la parte di me che ha paura. Integrandola, accettandola, le tolgo potere e allo stesso tempo le permetto di guarire, dando a me stessa la possibilità di crescerle intorno, espandendo i miei confini e i miei limiti. E liberandomi dalla trance posso esplorare quell’altra preziosa faccia della paura, il desiderio….

 

 

 

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